Viaggio in Tibet, il racconto da un punto di vista particolare
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Oggi ne arrivano altri. Viaggio in Tibet da un punto di vista particolare

Oggi ne arrivano altri. Altri nuovi spiragli di vita fuori di qui. Altre 15 facce nuove e nuove speranze di parole, di gesti, di sorrisi, di comprensione, di comunicazione. Altre persone a cui mostrare la mia terra. Ma non so se sono più fiero di questa terra, devastata dagli altri, rovistata, snaturalizzata, oppressa. Una terra piccola ma con una cultura così bella, profonda. Chi di noi ce l’ha fatta è fuori di qui.

Per gli altri ci sono solo due strade: o fai il monaco o ti sottoponi alle loro regole. Io sembro libero. Sembro libero quando loro arrivano e li accolgo con la sciarpa bianca di benvenuto. Sembro libero perché ho studiato l’inglese, forse poco perfetto, e li conduco per mano nei nostri monasteri, attraverso le nostre praterie, alte a 5000 metri, con incredibili sorprese di fiori gialli o viola o laghi che sbucano all’improvviso dalle nebbie. Sembro libero con la guardia della polizia, camuffato da guida, dietro la schiena che controlla ogni mio movimento, che controlla che la mia mano non entri nella mia tasca e ne tragga una foto proibita della nostra guida spirituale. Devo stare attento affinchè non venga spiato mentre la mostro ai turisti. Devo stare attento a dare giuste risposte quando loro mi faranno le classiche domande su quanti anni ho, come mai ho studiato, come viviamo questa situazione.

Arrivano loro, belli, vestiti alla moda. Io vorrei guardarmi ad uno specchio prima di presentarmi a loro. Vedrei i miei capelli neri un po’ ispidi, lisci, di taglio sommario, il mio eterno vestito blu composto da una giacca con le maniche troppo lunghe per le mie braccia, dai pantaloni larghi e non aderenti alle mie magre fattezze, la camicia aperta sul petto con trasandata negligenza neanche voluta.

Le scarpe nere che trascino a mò di pantofole

I miei occhi diversi dai loro, taglio trasversale, che sembrano sempre socchiusi, ma che ci aiutano a sopportare i venti di queste terre e a scrutare con profondità l’orizzonte. E poi il naso che mi gocciola sempre, il viso un po’ largo e  bianco e le gote rosse per il freddo. Non sono bello come loro, non sono sorridente e spensierato come loro. Loro che guarderanno con meraviglia queste terre, che respireranno a fatica mentre saliranno per i monti, che spesso avranno mal di testa o sangue dal naso perché non è per tutti questa altitudine, che saranno preoccupati se spesso le piogge ci impediranno di proseguire per le nostre strade improbabili.

Qualcuno a volte sviene

Bombole di ossigeno sono presenti in tutti gli alberghi pronte ad essere di aiuto. Qualcuno vivrà con piacere tutto come fosse un nuovo gioco, qualcuno non sarà pronto a quello che trova e magari schiferà la nostra tsampa, sempre e solo tsampa, il nostro cibo, un ammasso di farina di orzo che si scioglie nel té bollente, al quale si aggiunge burro di yak.

Yak. Tutto sa di yak qui. Il cibo, le candele delle offerte accese nei monasteri, le tende dei nomadi su tra i ghiacciai. Yak è quasi l’unico animale che si incontra ormai tra le montagne. Di yak odorano le mura, gli abiti, le mani quando ce le stringiamo per salutarci e darci il segno della pace, le bandierine al vento, i nostri canti, i nostri mantra.

Ma il rosso delle tonache dei monaci oggi si confonde con quello delle luci dei locali notturni di Lhasa, quando addirittura non si confonde con il sangue versato per la libertà. Da un lato l’invasore e dall’altra chi ancora gira la ruota di preghiera intorno al Jokhang. Chi ancora si inchina per terra a pregare, chi ancora ti sorride triste mentre il turista cerca di rivolgergli la parola, di fargli domande. Piccole oasi i Monasteri di Sera, Drepung, il Potala, dove ancora si respira quello che ci spetta di diritto.

E poi… E poi qualcuno avrà le lacrime quando li accompagnerò al di là del ponte dove comincia il verde di un’altra terra che io non posso vedere.

Oggi ne arrivano altri, Tashi delek. Mi chiamo Pasan.

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nuccia

Nuccia, da sempre appassionata di fotografia da quando le cartoline mi riflettevano le scie luminose lasciate dalle macchine di notte e io volevo sapere come si faceva. Ho sempre fotografato, ma per me stessa. Soprattutto fotografie di viaggi, che amo moltissimo, e quindi reportage a colori o b/n. Mi appassiona bloccare la vita in altre dimensioni, luoghi, nel momento in cui il mio occhio percepisce un alito di anima diversa dalla mia.

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