La mia avventura in Thailandia tra Jack Sparrow, palafitte, e galli molesti

L’articolo che state per leggere si riferisce al mio viaggio in Thailandia, nel marzo del 2019. Il motivo per cui mi riferisco ai miei compagni come “persone appena conosciute” è dovuto al fatto che ho viaggiato con Avventure nel Mondo, un tour operator che organizza viaggi per giovani e permette a chiunque di iscriversi, anche in solitaria, per poi conoscere i compagni di avventura direttamente sul posto. 

Era il 5 marzo 2019, il nostro quarto giorno nella bella Thailandia. Eravamo reduci da due giornate a Bangkok, tra il caldo afoso e il traffico di motorini e tuk tuk, un interminabile viaggio sul treno notturno e una giornata indimenticabile nella meravigliosa Chiang Mai, dove avevamo giocato con gli elefanti, mangiato manciate di grilli e fatto ballare un’intera piazza cantando e suonando canzoni italiane. Quando, quel mattino, suonò la sveglia, le nostre facce la dicevano lunga: le urla sfrenate della sera precedente si erano lasciate dietro voci rauche e stonate e la somma di jet lag e carenza di sonno, dopo soli quattro giorni di vacanza, già era evidente nei contorni delle nostre occhiaie. Ma con l’entusiasmo che avrebbe caratterizzato tutte le giornate del nostro incredibile viaggio, ci siamo buttati giù dal comodo letto dell’hotel, un sogno se paragonato alla brandina di quel dannato treno notturno e ci siamo trascinati verso la colazione. Anche se ci conoscevamo da poco, avevamo già i nostri riti ricorrenti, e come da programma, le note di “Buongiorno a questo giorno che si sveglia qui con me” risuonarono nella hall dell’albergo, mentre la receptionist ci guardava con un’espressione tra il divertito e il perplesso. Non si sa come, quella canzone diventò il nostro saluto mattutino fin dal primo giorno, quando per caso la cantai appena sveglia per tormentare un po’ la quiete dei miei compagni: era come se quella banda di matti che incontrai per la prima volta all’aeroporto di Doha, in realtà li conoscessi da sempre.

Col sorriso sulle labbra e con la voce di Pavarotti nelle orecchie, tra un ovetto fritto e un toast alla marmellata, imbracciammo i nostri zaini da trekking e ci dirigemmo verso i due van che ci avrebbero portati alla prima tappa della giornata: i geyser Pong Dueat. Fu una breve pausa, ma personalmente la apprezzai: si trattava di due pozze di acqua calda, racchiuse da un caratteristico muretto in mattoni, che di tanto in tanto ribollivano violentemente schizzando acqua e vapore verso l’alto. Gli amici che erano stati precedentemente in Islanda si sono permessi di commentare che non erano minimamente all’altezza dei geyser islandesi, ma personalmente li ho ritenuti interessanti. 

Il Jack Sparrow che non ti aspetti

Ripartimmo dunque alla volta della seconda tappa: il famosissimo White Temple. La prima impressione di tutti noi, alla vista dell’enorme complesso architettonico di colore bianco immacolato, fu di essere precipitati nel vero paradiso buddista, in un Eden immerso nella purezza e nella spiritualità. La sensazione, entrando nella struttura, era di percepire finalmente, dopo il caos di palazzo reale o del Wat Phra, la pace ed il raccoglimento caratteristici della religione buddista. I giardini verdi e ben tenuti circondavano su ogni lato i complessi architettonici principali, caratterizzati da alti tetti bianchi e acuminati verso il cielo, contornati d’oro e d’argento. I sentieri in cui camminavamo erano ornati da piante in fiore o tettoie di legno e foglie intrecciati, con delle campanelline argentate pendenti dal soffitto. Alcuni giovani monaci buddisti, con le caratteristiche tonache arancioni, camminavano a mani giunte in silenzio in mezzo a noi. Tutto in quel luogo suscitava armonia e grazia, e rimanemmo davvero affascinati da tanta bellezza. Le nostre sensazioni cominciarono però a cambiare nel momento in cui ci avvicinammo al tempio principale. Osservando il ponte che portava al portone di ingresso, ci si parò davanti una scena degna dell’inferno di Dante. Sui due lati del ponte, a livello del pavimento, erano scolpite, sempre in bianco, delle mani contorte, protese verso l’alto in segno di aiuto, angosciate e supplicanti. A guardarle si aveva davvero l’impressione di osservare migliaia di anime in pena che chiedevano pietà dall’aldilà. Un po’ straniti, proseguimmo verso l’entrata del tempio, e non appena varcammo la soglia rimanemmo ancora più sconvolti. Tutta la grazia e l’armonia scemarono in un lampo, quando notammo che i muri della stanza principale del tempio erano rivestiti con carta da parati (non sto scherzando, vera carta da parati come quella in casa della vostra trisnonna), raffigurante niente meno che personaggi del cinema: si potevano facilmente identificare un sogghignate Jack Sparrow, un simpatico minion, un perplesso stormtrooper che ancora non aveva capito cosa ci facesse li, Spiderman e Batman, Harry Potter, e una serie di altri inconfondibili personaggi. Restammo così allibiti che chiedemmo spiegazioni all’annoiata guardia thailandese che, appollaiata sul suo sgabellino, passava la giornata a rimproverare i turisti che osavano fotografare quello scempio. Ci venne spiegato, in un inglese tentennante, che il significato di quel guazzabuglio di figurine era la rappresentazione del bene che lotta contro il male. Non del tutto convinti, uscimmo silenziosi da quell’eccentrica stanzetta, domandandoci su quale pianeta un pirata potesse simboleggiare il bene. 

Divertiti e straniti da quell’esperienza surreale, ci dirigemmo verso l’uscita. Il White Temple ci regalò un’ulteriore sorpresa, quando notammo dei tavolini circondati da turisti, tutti intenti a scrivere e scambiarsi penne. Ci avvicinammo e scoprimmo che l’oggetto di tanta attrazione erano delle cartoline raffiguranti l’eccentrico tempio, che potevano essere personalizzate con nome, data, e qualsivoglia frase. Fu un bel momento, prendemmo una cartolina a testa e poi ce le scambiammo per le firme. Quell’accozzaglia di nomi scritti velocemente e con le linee sbavate, su un pizzino di carta rubato al White Temple, rimane ora un ricordo di quel gruppo pazzesco, di quelle teste calde incontrate in un aeroporto, di quelle anime viaggiatrici che dopo 4 giorni di avventure insieme già sentivo come fratelli. 

Era ormai ora di pranzo, per cui decidemmo di mangiare in un ristorantino tipico prima di partire per il trekking pomeridiano. Eravamo già entrati perfettamente in sintonia con la cucina thai e mangiammo con gusto vagonate di pad thai e riso bollito con pollo al curry. Con la pancia piena e carichi di nuova energia, eravamo ora pronti ad affrontare la camminata pomeridiana.

I nostri simpatici autisti ci accompagnarono al punto di partenza, dove incontrammo Jo, un ometto dal viso cordiale, con un sorriso caratterizzato da una buffa finestrella a livello degli incisivi, mancanti per chissà quale circostanza. Jo era la guida locale che ci avrebbe condotti al suo villaggio, dove viveva insieme alla sua famiglia. Ci addentrammo in fila indiana lungo il sentiero da lui indicato e subito fummo avvolti dall’ombra degli enormi alberi attorno a noi. La vegetazione era fitta, con cespugli dalle foglie larghe, fiori coloratissimi e alberi di tutte le specie e dimensioni che intrecciavano i loro rami sopra le nostre teste. La temperatura si fece subito più fresca e anche le zanzare iniziarono a farsi sentire, cosi che non tardammo a schierare in campo la nostra variegata collezione di antizanzare. Dopo qualche minuto di camminata leggera, arrivammo alla prima tappa della nostra escursione, una simpatica radura che accoglieva una piccola cascata: un luogo rilassante e bucolico, dove sarebbe valsa la pena passare un paio d’ore a pensare sul dolce rumore dello scrosciare dell’acqua. Purtroppo il nostro momento non fu così poetico, perché eravamo un gruppo di 17 giovani forse un po’ troppo entusiasti, iperattivi e impazienti di arrivare alla meta. Sfruttammo la pausa per armarci di pantaloni lunghi, protezione essenziale contro i rovi e altre specie viventi che avrebbero potuto trovarsi al suolo, e ripartimmo dopo pochi minuti, alla volta del villaggio di Jo. Da quel momento la camminata divenne più impegnativa, i sentieri si fecero più scoscesi, le salite divennero più frequenti e il terreno più dissestato. Tutti avevamo il fiatone, nessuno parlava più cosi loquacemente come pochi minuti prima, e a me veniva da sorridere perché mi sembrava di essere in uno dei miei abituali trekking alpini, con un paesaggio completamente diverso. Guardandoci intorno, cominciammo a notare alcuni tratti caratteristici della famosissima giungla: gli alberi di banano erano onnipresenti, con le loro foglie grandi e i fiori rossi che sembrano labbra di donne; le liane, esattamente come nei cartoni animati, pendevano dai rami più alti, e in alcuni tratti arrivavano fino a terra, al punto che veniva davvero la tentazione di usarle per passare da un albero all’altro. I cespugli e la vegetazione più bassa formavano un groviglio di foglie e rami, tant’è che commentammo che finalmente riuscivamo a capire il significato del detto “è una giungla” per indicare il disordine. Affascinati da ciò che ci circondava, non perdevamo comunque di vista Jo, che agile e incalzante correva da una parte all’altra del gruppo, per accertarsi che tutti fossimo in fila. Vedendoci affaticati, ad un certo punto iniziò a costruire dei bastoni con l’aiuto della sua accetta: con gesti esperti staccava i rami che gli sembravano più appropriati, li accorciava della dimensione giusta, e ne ricavava una punta che ci permettesse di conficcarli nel terreno. Noi camminavamo, al nostro ritmo, e lui ci costruiva bastoni, rimaneva indietro, e poi ci raggiungeva correndo, senza battere ciglio, senza mostrare la minima stanchezza, con quel sorriso sdentato sempre stampato in faccia. In un’ora e mezza arrivammo finalmente al villaggio, chiamato Lahnu. Eravamo stanchi e sudati, ma rimanemmo comunque affascinati da ciò che si parò davanti ai nostri occhi.

L’incontro con gli abitanti del villaggio Lahnu

Attorno a noi si ergevano tante piccole capanne di legno, i cui abitanti, un po’ incuriositi da questa orda di europei accaldati e stravolti dalla camminata, si affacciavano timidi e ci osservavano senza dire niente. Io ed altri del gruppo, che nei giorni precedenti ci eravamo impegnati ad imparare alcune parole in thailandese, li salutammo con un gioviale “SAUADICAAAA”, congiungendo le mani in segno di saluto, come avevamo visto fare da loro. I più socievoli ci risposero, gli altri si limitarono a sorriderci. Fuori da una capannetta c’erano 4 o 5 bambinetti, scalzi e sporchi di terra, che giocavano e ridevano, rincorrendo uno degli innumerevoli cani che si aggiravano per le stradine. Ci fermammo a salutarli e loro sembrarono divertiti, chissà se dal nostro aspetto, dal nostro modo di parlare, o semplicemente dal fatto che non avevano mai visto tanti stranieri tutti insieme. Ci colpì immediatamente la quantità di persone che popolava ogni singola capanna: famiglie numerose, con una manciata di bambini a testa, e un corteo di zii, prozie, nonne e bisnonni, si adoperavano attorno alle loro abitazioni come potevano, chi sbucciando della verdura, chi intrecciando fili per creare chissà quale indumento, chi allattando un piccolo neonato. Tutte quelle persone vivevano in piccole capanne di legno, delle dimensioni di un salotto in una villa italiana, e sembravano felici; i bambini ridevano e giocavano, divertendosi con quel poco che la vita offriva loro, senza sapere che cosa fosse una playstation, o una TV, ma con il sorriso sul volto e la gioia negli occhi. Affascinati da quello che a noi sembrava un universo parallelo, fummo guidati da Jo verso la sua abitazione, attraverso le strade polverose. La sua casa non era molto diversa da quelle che avevamo visto sinora passeggiando nel villaggio: una palafitta di legno rialzata rispetto al piano della strada, e sorretta da un’impalcatura di dubbia resistenza. L’ingresso, rappresentato da un’apertura nella parete di tronchi, senza porta né protezione, era preceduto da un piccolo pianerottolo, a cui si poteva accedere solamente arrampicandosi, non c’erano scalini. Jo ci indicò di salire, e di lasciare le scarpe a terra, spiegandoci che nella loro cultura è segno di maleducazione entrare in “casa” con le scarpe. Noi obbedimmo e un po’ timidi entrammo ad uno ad uno dentro la palafitta che ci avrebbe ospitato per la notte. Lo spazio interno era a modo suo molto accogliente: le pareti e i pavimenti di legno mi diedero subito l’impressione di essere in una baita di montagna, se non fosse stato per la temperatura tropicale. La stanza era spoglia, non aveva arredamento, escluso un frugale tavolo di legno, attorno al quale una donna molto anziana e una ragazza giovane stavano affettando della verdura. Ci osservarono un po’ stranite, ma anche curiose, e la più vecchia subito ci sorrise, più con gli occhi che con la bocca. In un angolo della stanza, altri ragazzi si affaccendavano attorno a un piccolo fuocherello, che in verità mi inquietò non poco considerando la combustibilità del luogo dove ci trovavamo. Jo ci spiegò che quelle persone erano i suoi familiari, e che quella sera ci avrebbero preparato la cena. Quindi, ci condusse attraverso una piccola apertura che mi ricordò tanto la porta dei sette nani, per la sua inspiegabile dimensione minuscola, e ci mostrò la stanza dove avremmo dormito: era un’appendice della loro palafitta, con il tetto molto più basso e lievemente spiovente, tant’è che se al centro della stanza dovevamo abbassare la testa per non toccarlo, alle estremità avremmo potuto arrivarci solo sdraiati. Sul pavimento erano sistemati dei teli e alcuni cuscini, e a guardarli pensai che non avremmo mai potuto starci tutti e diciassette, che qualcuno sarebbe dovuto andare da un’altra parte. Lasciammo i nostri zaini alla rinfusa, e già così la stanza risultò piena, come se non avesse potuto entrarci nient’altro. Jo ci condusse quindi sul terrazzo esterno della palafitta, per mostrarci dove avemmo mangiato. Mi piacque immediatamente: la vista dava sulla giungla selvaggia, quella che avevamo attraversato quel pomeriggio per arrivare sino a lì. Sopra la nostra testa si estendeva una tettoia fatta di bambù intrecciati e foglie secche di banano, per proteggersi dalla pioggia, una riproduzione reale di quello che avevo sempre visto in cartoni animati come Pocahontas o Tarzan. Sul pavimento troneggiava un tappeto gigante ed elaboratissimo, un dolce invito a sedersi a gambe incrociate e godersi la pace. Mentre passeggiavo per il terrazzino, beandomi dell’ombra del bambù, assaporando la quiete e percependo sotto i miei piedi scalzi la stoffa grezza del tappeto alternata alle nodosità del legno, notai in basso, al limitare della giungla che si dipartiva sotto di noi, una piccola cabinetta di legno, con una porticina (la prima che vedevo in quel posto) chiudibile con un laccio di stoffa. Chiesi a Jo cosa fosse e lui mi spiegò, divertito dalla mia incredulità, che quello sarebbe stato il nostro bagno. Una parte di me, la parte più selvaggia e avventuriera, non vedeva l’ora di provare questa nuova esperienza, ma in fondo al cuor rimpiansi il mio comodo WC e il suo fedele bidet. Partii dunque per la spedizione insieme a quattro mie compagne di viaggio, e tra risate e imprecazioni riuscimmo a lavarci alla bell’è meglio, attingendo l’acqua gelata da un piccolo rubinetto a pochi centimetri dal terreno e raccogliendola all’interno di una brocca trovata accanto alla cabina. 

Provate e allo stesso tempo divertite da questa avventura, tornammo dunque alla palafitta, e notammo che uno dei ragazzi che prima si trovavano attorno al fuoco, aveva appena braccato un pollo per strada, uno dei tanti che avevamo visto razzolare attorno alle capanne, e si stava preparando a sgozzarlo per cucinarlo per cena. Un po’ intimorite da quella scena, ci affrettammo dentro la palafitta, per scoprire che buona parte dei nostri compagni si era già radunata sul tappeto in terrazzo, attorno a Jo, che come un nonno coi suoi nipoti, stava raccontando una storia. Ci unimmo al gruppo e ascoltammo rapiti il nostro ormai amico thailandese, che con un inglese tentennante e il suo sorriso sdentato, ci narrava attimi di vita vissuta in quel luogo così lontano da noi, dalla nostra cultura, e dalle nostre abitudini. Ci spiegò che il loro villaggio è uno dei tanti piccoli centri abitati sparsi per quella zona della Thailandia, in cui il caos e la folla di Bangkok sono eccezioni più uniche che rare. La maggior parte della popolazione al di fuori della capitale vive in capanne di legno come la loro, solitamente insieme al resto della famiglia, ed eventuali nipoti e nonni. Jo è vedovo, sua moglie è mancata qualche anno fa, non ci ha detto per quale motivo, e da lei non ha mai avuto figli perché era sterile. Durante una delle sue spedizioni a Bangkok, Jo ha incontrato un ragazzino per strada, orfano, solo e senza meta: ha dunque deciso di adottarlo e, per offrirgli una vita migliore, lo ha iscritto ad una scuola buddista in città. La vita nel villaggio è semplice, Jo mantiene la sua famiglia grazie al piccolo stipendio come “guida turistica”, e per il resto si mangia e si beve quel che la foresta e la natura hanno da offrire. Gli chiediamo quanti anni ha l’anziana signora che poco prima avevamo visto tutta intenta a cucinare. Ci risponde che quella dolce vecchietta è sua mamma, e che purtroppo non sa esattamente la sua età: in villaggi come il loro, l’iscrizione all’anagrafe è un lusso, perché l’ufficio anagrafe più vicino comporterebbe comunque giorni di viaggio, per uscire dalla foresta ed arrivare nella città più prossima. Infatti, molto spesso, i novelli genitori tralasciano questa procedura, e contano semplicemente gli anni del figlio basandosi sul numero di stagioni delle piogge dal momento della nascita in poi: la mamma di Jo ha in particolare 83 o 84 stagioni delle piogge alle spalle, Jo non ne è sicuro. 

Il ragazzo che poco prima aveva catturato il pollo entrò rumorosamente sul terrazzino con un’enorme pentola in mano, spezzando l’incantesimo che ci aveva incatenati tutti, come se fossimo stati catapultati in un pianeta lontano, così diverso dalla nostra cultura da sembrare finto. Jo si alzò immediatamente per aiutarlo a servire la cena: presero una ventina di ciotole di legno e iniziarono a riempirle con la brodaglia fumante nascosta nella casseruola, distribuendone una a testa. L’aspetto della minestra non era molto invitante, si presentava come un guazzabuglio di verdure e pezzi di pollo mischiati insieme senza un criterio; tuttavia, l’odore era promettente, ad annusarlo si sentiva il profumo del coriandolo, forse del curry, e un retrogusto di cipolle a mio avviso molto invitante. Io ed i miei compagni ci guardammo divertiti, e allo stesso tempo grati per come quella umile famiglia thailandese si fosse adoperata per la nostra accoglienza, pur con i loro mezzi limitati. Ringraziammo il ragazzo e Jo, e assaggiammo quella strana pietanza: i più diffidenti attesero lo sguardo di approvazione dei coraggiosi, prima di inserire il cucchiaio in bocca, ma alla fine tutti apprezzammo quel piatto cucinato con tanto affetto su un fuoco in una casa di legno. In un angolo del terrazzo erano appoggiati alla rinfusa alcuni piccoli cilindri di bambù, cavi da un lato e chiusi dall’altro. Jo ce li distribuì e noi incuriositi cercammo di capire la loro utilità. All’interno erano presenti ragnatele, alcuni scarafaggi morti, e per i più fortunati un paio di formiche. Con nostro grande disappunto, notammo che Jo indicava la caraffa in centro al tappeto su cui eravamo seduti, e faceva con le mani il tipico segno con pollice e mignolo in su, ripetendo a oltranza “drink, drink, drink”. A quel punto dovevamo farlo, dovevamo dimenticarci, per una sera soltanto, di tutte le raccomandazioni su come evitare la diarrea del viaggiatore. Non avevamo acqua potabile sigillata, né bottigliette o acquedotti controllati. Dovevamo togliere gli insetti morti da quei bambù e bere quell’acqua di dubbia provenienza, ne andava della nostra educazione di ospiti. Con il sorriso sulle labbra mi protesi verso la caraffa e la afferrai, incoraggiando i miei amici a sporgermi i “bicchieri”. Coi calici pieni, dedicammo un brindisi a noi, a Jo, alla giungla, alla toilette in mezzo agli alberi, al villaggio Lahnu, al pollo, e alle gioie che quel posto ci aveva regalato. 

Dopo cena rimanemmo sdraiati sulla strada sterrata sino a tardi, a guardare il cielo costellato di stelle. Da Torino non capita mai di vedere le stelle così luminose, annebbiate come sono dalle luci di città. Quel posto invece ispirava pace e tranquillità, e circondati come eravamo dalla foresta su tutti i lati, ci rendemmo conto della nostra piccolezza dinanzi alla grandezza della Madre Terra, così varia e così generosa.  Dopo un paio d’ore rientrammo nella capanna, e cercammo di sistemarci nella nostra suite come potevamo. La maggior parte dei nostri telefoni era ormai scarica, e dal momento che non c’era elettricità, dovevamo illuminare l’ambiente utilizzando le torce che previdentemente ci eravamo portati da casa. Aprimmo i sacchi a pelo con difficoltà, tra testate sul soffitto e gomitate dei compagni, e alla fine riuscimmo a distenderli tutti a terra in quello spazio ristretto. Una volta sdraiati, i nostri corpi erano così vicini che potevamo sentire il respiro del nostro vicino. La fase della buonanotte si rivelò più lunga del previsto, un po’ perché la compagnia era allegra e nessuno aveva sonno, un po’ perché la percezione di ogni singolo tronco sotto la nostra schiena non era proprio conciliante. Dopo una mezz’oretta di risate e discorsi da bar, finalmente decidemmo di metterci sul serio a dormire, spegnemmo tutte le torce e facemmo silenzio. Passarono alcuni minuti e la maggior parte di noi si era ormai arresa alla scomodità del giaciglio ed era intenzionata ad entrare in fase REM a qualunque costo, quando improvvisamente una nostra compagna accese il fascio infernale di luce della sua torcia e lo puntò sul sacco a pelo di un’altra ragazza a pochi metri da me: tutti ci mettemmo subito a sedere per capire cosa stesse succedendo e dopo pochi istanti di silenzio carico di tensione, la ragazza con la torcia disse lentamente “Hai una blatta gigante sul sacco a pelo”. E fu subito il panico. Tutti si agitarono alla ricerca dell’insetto criminale in quel buio inquietante: si accesero velocemente altre torce e un nostro amico addirittura sfoderò un ergonomico caschetto da speleologo con luce incorporata che illuminò a giorno l’ambiente, permettendoci di identificare la blatta assassina e porre fine alla sua breve vita. A quel punto l’adrenalina scorreva di nuovo a fiumi nelle nostre vene e tranquillizzarsi nuovamente fu un’impresa, anche perché ciascuno di noi aveva drizzato le antenne per percepire ogni minimo rumore proveniente dalle fessure tra i tronchi o dalle travi sul soffitto, immaginandosi chissà quale insetto o animale notturno. Non so che ora fosse quando finalmente mi addormentai, e riuscii a piombare in un sonno agitato e scomodo, con la schiena indolenzita e lo spazio così ristretto da non potermi accovacciare su un lato senza tirare ginocchiate al mio vicino. So solo che intorno alle 3 di notte, una decina di miei compagni ebbero l’incombente bisogno di fare una capatina notturna in quella specie di bagno-capanna, cosa che i fortunati dalla vescica grande come me proprio non concepiscono. A quanto pare l’avventura nella foresta di notte fu più ardua del previsto, perché passò mezz’oretta prima che ritornassero, per informarci che lungo la strada avevano visto un sacco di galli e galline che razzolavano liberi: ahimè, Dio solo sa che l’avremmo scoperto presto a nostre spese. Infatti, mentre ci stavamo risistemando a terra nei sacchi a pelo, iniziammo a sentire in lontananza un canto particolare, un chicchirichì un po’ stonato, simile a quello che si canticchia ai bambini, con ritmo uguale ma note diverse. Sul momento ci fece sorridere, e commentammo anche divertiti che quel gallo si era alzato prima del tempo e qualcuno avrebbe dovuto dirgli di tornare a dormire per aspettare l’alba. Ma non era così. In Thailandia (o in tutto il mondo, non ne ho idea, quella era la mia unica esperienza ravvicinata con un gruppo così numeroso di galli), quegli animali fastidiosi si alzano presto, e cantano ininterrottamente fino a quando il sole è alto nel cielo. La loro cantilena ci accompagnò fino alle 6 di mattina, quando finalmente le prime luci dell’alba si insinuarono tra le fessure della palafitta e ci sentimmo legittimati ad uscire da quel girone infernale. Fu la notte più lunga e meno riposante della mia vita, eppure adesso la ricordo come una delle esperienze più belle del mio viaggio in Thailandia. Quella avventura nella giungla, quella immersione nella vita agreste thailandese, fu emozionante, divertente, e poetica, per certi aspetti, e ci arricchì, pur nella sua povertà. Uscimmo all’aria pura del mattino e respirammo quell’aria tropicale, tra i galli e le foglie di banano, pronti ad una nuova giornata nella terra dei sorrisi. 

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Maura Sanino

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