Il Poetto di Cagliari negli Anni Cinquanta, nel ricordo idi un bambino
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Il Poetto di Cagliari negli Anni Cinquanta

Questo ricordo al mare è un po’ sbiadito dal tempo e mi è stato raccontato da un signore che vuole rimanere anonimo e perciò chiamerò Signor O.

Siamo nell’estate del 1952, il Signor O ha 7 anni e per la prima volta va in colonia a Cagliari, città ancora distrutta dalla guerra. Ha da poco terminato la seconda elementare ed è proprio grazie alla scuola del suo paese in provincia che ora si trova in vacanza al mare per due settimane.

Il tram verde dagli Anni Venti è in funzione solo d’estate. Oggi trasporta, oltre ai soliti fruitori, anche una cinquantina di bambini. Il tram giunge alla fermata sul lungomare. Le piccole teste nere si accalcano alle uscite, da cui fuoriescono come da un imbuto, in perfetta fila indiana. Le suore, anch’esse con la testa nera per il velo, scese per prime, contano i bimbi, ognuna con la sua precisa lentezza.

A stento il Signor O trattiene la voglia di correre su quella distesa di sabbia candida come il sale delle vicine saline. Il sole scotta nonostante sia ancora prima mattina. I capelli di qualche bambino sono già divisi in mazzetti appuntiti e lucidi di sudore.

Un sorriso largo strizza gli occhi assolati del signor O, alla vista di un’infinità di piccole case colorate: i casotti. Come palafitte si ergono in ordinate file per una lunghezza di centinaia di metri. Qua e là, anche piccoli fabbricati in muratura. Si cammina un po’ sulla sabbia prima di raggiungere lo spazio adibito per la colonia. Non siamo vicino al mitico stabilimento Lido creato dal Cavalier Usai che di giorno offre consigli su come prendere la tintarella e tuffarsi, e la sera allieta la borghesia con gli spettacoli sulla rotonda in stile liberty. Il Poetto è diviso in aree: quella riservata alle colonie estive, quella per i dipendenti delle ferrovie, dei carabinieri e di altri apparati statali, quella per le collegiali. Tra le collegiali, ci sono quelle delle suore di San Vincenzo che arrivano in spiaggia in tram, indossando un vestito verde acqua a righe e un cappellino bianco, si cambiano nel casotto per stare in spiaggia con i loro scamiciati a piegoline sul davanti,  scollo quadrato ed elastico in vita, indossato anche per fare il bagno.

Il Poetto sembra un grande lunapark e la gente sembra felice anche quando si annoia. Le vacanze di massa, retaggio del regime sono entrate ormai a far parte della cultura popolare, cambiando il volto del Poetto, da circa vent’anni non più esclusiva spiaggia dei ricchi cittadini.

E del Fascismo è rimasto anche il divieto di parlare in Sardo, imposto con la politica d’italianizzazione fatta rispettare dalle suore, pena: scappellotti, pizzichi, bacchettate e calci, il piccolo O lo sa bene.

O e i compagni di scuola passano la mattina a giocare sulla sabbia con le biglie colorate e le carte da gioco in formato piccolo, che paiono fatte apposta per essere perse. Oltre al gioco, i bambini devono cantare “fratelli d’Italia” e i canti degli Alpini. Le suore sempre sulla sabbia insieme a loro.

Il bagno al mare O e i suoi compagni non lo fanno. Stare al mare significa giocare, respirare iodio e scottarsi la pelle delle gambe e delle braccia, semi protette dai calzoncini corti e una camicia con le maniche arrotolate fin dove l’omero lo consente.

Per pranzo si torna al convitto delle suore, nel quartiere Marina. La fame incombe, il caffelatte della mattina è digerito da ore, un piatto di pastasciutta o minestrone basterà fino a sera. Al convitto, a differenza del collegio, il formaggio giallo e la carne in scatola degli americani non arrivano.

Alcuni link interessanti:

http://www.cagliarifornia.eu/2010/08/poetto-brevi-cenni-di-una-storia.html

http://www.sardegnadigitallibrary.it/index.php?xsl=626&id=188432

http://www.sardegnadigitallibrary.it/mmt/fullsize/2008120420015700001.pdf

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