Bova Marina: il cuore all'ombra della Rocca del capo
bova marina scogli mare limpido

Mare in Calabria, il cuore all’ombra della Rocca del Capo

materassino al mare bova marinaChiudo gli occhi e mi metto a ricordare il mare che amo e subito l’immagine che mi appare è quella di un materassino da mare. Tanti ragazzi che cercano di accaparrarsi il loro posto “a bordo” e gli schizzi e le urla che spazientiscono gli adulti che, seduti come fossero al bar della briscola, intonano pettegolezzi a tutto spiano e di tanto in tanto urlano contro l’ammasso di corpi bagnati che si danno battaglia per conquistare una postazione privilegiata sull’oggetto gonfiabile.

Siamo sotto il Camping Pugliese e il Cervo, o Chiosco, e le ore al mare sembrano non finire mai anche se ogni estate passa più veloce della precedente. Sul marciapiede che si impone su questo piccolo tratto di spiaggia si staglia una panca che ai tempi si rese teatro di innumerevoli ricordi.

Un paese magico nel cuore della Magna Grecia

Bova Marina è un paesello di circa 5.000 abitanti incastrato tra il Parco Nazionale d’Aspromonte e alcune fiumare (tipici torrenti aridi calabresi) i cui letti asciutti sfociano sulla costa ionica della provincia di Reggio Calabria. Siamo a pochi chilometri dal punto più a Sud della terraferma italiana dove la costa è la più arida del paese e i venti provenienti dal Nord Africa – quelli che quando soffiano ti bruciano sulla pelle – contribuiscono ad accelerare quel processo di desertificazione inarrestabile che dalle coste del continente nero inizia a diffondersi in Europa. Bova Marina e la ionica reggina ne sono la testa di ponte perfetta.

Il paese è normalissimo. Il suo centro storico “U Burgu” è un’area abbastanza diroccata, anche se abitata nella bella stagione da tanti emigranti di ritorno. U Burgu va dalla stazione del paese dove fino al 2014 si trovava il bar con la panna e il gelato gusto nocciola più buono del pianeta, fino alla fiumara Torrente Siderone. Ci puoi ancora trovare qualche matto di paese e pascoli un po’ sgangherati che si aggirano indisturbati a due passi dalle case, dentro il suo arido letto. La fiumara dove da bambini con i miei cugini ne abbiamo combinate di ogni e in cui un mito assoluto come la Bottega del Popolo e il suo Leo dispensavano grandi insegnamenti socialisti immersi nell’odore di botti di vino di dubbia qualità.

Per anni la Bottega del Popolo si confermò uno dei principali fornitori di alcolici per i falò che ogni sera si susseguivano senza sosta nella spiaggia desertica che va dalla Rocca bianca agli scogli. Su di essa si staglia imponente la Rocca del Capo, all’anagrafe Capo San Giovanni D’Avalos. Un po’ più in la, lo sguardo può intuire la presenza del progetto di un porticciolo turistico, mai portato a termine; monito perenne di quanto la criminalità organizzata e l’avidità di alcuni uomini possa fare del male alla propria terra. Dietro l’angolo la mitica discoteca Miramare, ambizioso punto di interesse della giovinezza più innocente.

L’unica discoteca del mondo dove non potevi pensare di andare per beccare qualche ragazza perché frequentata, si diceva allora, dagli “africoti”. Ma non c’erano solo loro, purtroppo. Il coacervo delle peggiori razze autoctone dell’area si mescolava alla naturale e banale voglia di divertimento dei giovanetti dalla faccia pulita. Adesso è chiusa e anche quando riapre per poche settimane non riesce più ad affascinare come una volta.

Il fuoco della passione e della giovinezza all’ombra della Rocca

Il “Golfo di Bova” è stato teatro di alcuni dei miei ricordi al mare più importanti. La scorsa estate i giovani d’oggi hanno organizzato una festicciola reggae che mai si era vista. Eppure il luogo si sarebbe sempre prestato a questo tipo di attività, ma in fondo al sud certe cose arrivano sempre dopo essere già diffuse in tutta la penisola.

E menomale!

È anche grazie a questo isolamento commerciale e culturale che la spiaggia ai piedi della Rocca del Capo ha potuto trasformarsi in teatro di alcune delle esperienze marine tanto semplici quanto epiche della mia vita. È proprio qui che ho scoperto tanto di me stesso. È sicuramente stando sdraiato sulla sabbia fresca attorno al fuoco insieme ad amici di ogni provenienza geografica che ho maturato il mio amore verso l’orizzonte sconfinato del mare. È qui che ho provato per la prima volta alcune delle mie esperienze di vita più “underground” ed è sempre qui dove ho scoperto che dall’acqua può sempre spuntare a sorpresa un Pascali con uno o più polpi in mano.

La Rocca bianca è sempre stata un’entità magica e un po’ mistica, soprattutto nell’ambito dei rapporti tra uomini e donne. Questa spiaggia fu teatro di lunghe passeggiate diurne in cui noi giovani maschi accalorati cercavano di convincere giovani donne inermi della impellente necessità di unire i propri corpi nell’estasi dell’amore. Lunghissime discussioni sulle opportunità di far sbocciare storie adolescenziali estive si alternavano a stupidi tuffi carpiati senza senso, causa di dolorosissimi graffi sotto piedi per il fatto che proprio in questo punto i ciottoli della spiaggia sono particolarmente fastidiosi, spesso taglienti.

Birra Peroni, carte e jukebox

Il sole a queste latitudini è sempre stato bollente. Come detto anche prima, quando non erano gli incendi in Aspromonte a rendere irrespirabile l’aria, ci pensavano i venti ad ustionare i pori della pelle. Le soluzioni per scampare al caldo africano sono sempre state due: vivere immersi nel Mar Ionio, sfondarsi di partite a tre sette e video giochi al Chiosco.

Ascoltando il rumore del mare bovese ho imparato tutto quello che so (sapevo di più, adesso ho un po’ perso la mano…) sul mondo delle carte napoletane. Briscola, scopa, tresette, scopone scientifico. Le giornate intere passavano all’ombra degli alberi di fico e delle tettoie di fortuna del chiosco mentre i proprietari, amici di vecchia data, allietavano la nostra presenza con particolarissimi siparietti familiari in dialetto stretto.

Mentre tutto ciò accadeva senza dare la possibilità alle lancette degli swatch di accelerare lo scorrere lento della giornata, le Peroni gelate andavano giù che era una bellezza e le poche canzoni decenti nel jukebox diventavano le hit dell’estate in un men che non si dica. Anche nella musica di paese, chi ha i soldi detta le regole. C’era chi bombardava l’ambiente sempre con la stessa canzone anche 5-6 volte di seguito. È così che nascono le mode indipendentemente se ti trovi sulla 5th Avenue di New York o all’inizio del lungomare di Bova Marina.

Il mare in tempesta è il migliore amico degli audaci

Oggi passeggiare sul lungomare è un po’ desolante. L’imponenza dell’Etna elegantemente vestito della luce del tramonto è rimasta intatta così come la più modesta Rocca del Capo che, comunque, di vicissitudini ne ha passate (per esempio la sgangherata scritta luminosa Hollywood style “Jalò tu Vua” di cui pochi, presto, avranno ancora memoria), di gente che ha minacciato di buttarsi di lì cu na petra o coddu ne è passata dalle fiumare, eppure la Rocca è ancora lì e si vede bene dal lungomare distrutto dalla forza del mare. Nettuno non ha perdonato l’avidità di chi ha pensato di alzare cemento armato e piallare con asfalto di dubbia qualità una parte dell’antica spiaggia del paese. L’acqua e il mare non perdonano, si riprendono sempre ciò che è loro, a volte con gli interessi… anche se non ho ben capito cosa ci possa fare Nettuno con i pezzi di ringhiera arrugginita, di cemento armato e di asfalto che si è portato via dopo le numerose mareggiate degli ultimi anni.

Eppure ci fu un tempo in cui il mare in tempesta era la gioia di tutti gli esemplari umani della zona. Quando eravamo ancora cuccioli di uomo, Nettuno lo prendevamo a sassate sperando di attirare le sue ire che assumevano la forma di onde e cavalloni contro cui i nostri corpi quasi inermi si scagliavano con lo stesso coraggio, se non di più, di un gladiatore romano che combatte contro le fiere più feroci d’Africa.

Tornare malconci dopo ore di battaglia, di acqua salata bevuta, di sabbia penetrata in qualunque orifizio, di lividi, graffi e ferite di varia entità era motivo di grande orgoglio e socializzazione (c‘è stato anche chi ha beccato grazie ai cavalloni!). I più impavidi, una volta recuperate le energie si spostavano in altre zone della spiaggia. C’era chi preferiva affrontare le onde distruttrici rischiando il tutto per tutto sotto la Rocca, lì dove i ciottoli sono leggermente più grandi e pronti a punire ogni tua avventura acquatica. Altri invece si muovevano sornioni sul lungomare alla ricerca di altri gruppi di esaltati che si lanciavano con fare fiero contro il mare in rivolta. Baluardi della bovesità, gruppi di amici e comitive si mescolavano tra loro alla ricerca delle onde. Non per surfare però, queste americanate a Bova Marina non c’erano. Quelli con le tavole da surf questo angolo di paradiso popolare l’hanno scoperto ben più tardi.

Dimmi fiumara, ti rispondo casa

È stato a Bova Marina che ho compreso perché nella storia i primi centri abitati sono sempre nati ai margini di un corso d’acqua. Forse nei primi anni del 1900, quando Bova Marina è diventata un comune indipendente, la fiumara Siderone scorreva ancora nei mesi estivi. Adesso no di sicuro, ma neanche 15/20 anni fa.

Intanto, anche se aridi, i corsi d’acqua in qualche modo ti portano sempre al mare.

Indimenticabili quelle scene da Far West che nell’immaginario ci rimandano a registi come Sergio Leone o attori stile Giuliano Gemma e Terence Hill, ma nella realtà quando qualche essere vivente si incamminava nella fiumara per giungere alla spiaggia, il suo corpo visto da lontano sembrava liquefatto dal calore. Come quando guardi l’orizzonte di un deserto. Il sudore cola copioso lungo le tempie di quelle persone che in quei momenti pomeridiani, dopo la pennichella, per andare al mare dovevano percorrere la fiumara. Dopo le continue lamentele contro il caldo infernale, intravedendo l’azzurro del mare iniziavano a percepire il latrare dei giovani e meno giovani che riempivano il bagnasciuga con le loro chiacchiere estive. Il corpo pian piano ri-acquisiva una parvenza umana perché la leggera brezza che scende giù direttamente dal cuore dell’Aspromonte – percorrendo la stessa strada che avrebbe percorso l’acqua, se solo ci fosse stata – rinfresca leggermente la schiena del bagnante e aiuta a definire i contorni della sua figura agli occhi dell’osservatore.

Mentre scendi a mare dalla fiumara, se distogli la vista dal mare e ti giri verso l’incognito del letto del torrente (in realtà esplorato decine di volte in bicicletta e Garelli) e alzi lo sguardo vedi lì, maestosa, Bova, la capitale dell’Area Grecanica, che dalla sua vetta si affaccia sul mare più affascinante e ricco di storia e storie d’Europa; e si gode lo spettacolo.

Se penso oggi alla fiumara Siderone lo sguardo mi corre subito al quel cappello colorato che, sediolina alla mano, procedeva spedito verso la spiaggia del Fairstar.

Come dimenticare i capi di bestiame o i cavalli che da lontano mescolavano i loro corpi con bagnanti a piedi o in bicicletta? È che dire di un ragazzo che tempo fa percorreva tutta la fiumara scalzo insieme al figlioletto, scalzo anche lui?

Quante volte ho attraversato quella fiumara? Quante volte ci sarò caduto in bicicletta? Quante volte l’avrò percorsa durante le battute di caccia alla ricerca di legna da ardere nei fuochi dei sacri falò pagani – che ogni sera al ritmo serrato degli jambè segnavano il tempo della vita che scorreva, lenta e veloce allo stesso tempo, tra le bottiglie d’alcol, i granelli di sabbia e il luccichio della luna riflessa sul mare. Alle nostre spalle a proteggerci la Rocca bianca e la Rocca del capo.

Ancora oggi quando incontro le persone con cui ho condiviso questi momenti mi sento bene. Mi sento a casa.

Il tempo fa in modo che le cose cambino, che gli stili si rinnovino (dal falò in spiaggia alla grigliata di carne nello spazio davanti casa), che il lungomare di Bova Marina venga danneggiato in maniera feroce, che il bar della stazione con la panna e il nocciola più buoni del mondo non ci siano più. Addirittura anche una piccola parte del porticciolo sotto la Rocca del capo è stato staccato dalla forza giusta e gentile del mare. Il gommone delle gite alla casa sdirrupata (esemplare di abusivismo edilizio di prima generazione, ci ha pensato ancora lui, Nettuno, a portare giustizia) nel tratto di spiaggia tra San Pasquale (frazione di Bova Marina) e Palizzi non c’è più. Lo stesso gommone, splendido palcoscenico di epiche pescate e di grandi verità della vita che mi hanno trasmesso mio padre, Nuccio e mio zio. Che anche quando tornavamo a casa col secchio vuoto, mi sentivo comunque arricchito.

Tante cose e persone ormai non ci sono più, per i più motivi più vari.

Spiaggia Bova Marina dall'alto
Baia di Bova Marina

Sicuramente però oltre alla fiumara è rimasta anche un’altra cosa. Lì, in quella spiaggia sotto la Rocca del Capo, lì dove ogni tanto tartarughe arrivano dall’Oceano per scavare la sabbia e deporre le loro uova, lì è rimasta la giovinezza del mio cuore. Si trova sempre lì, abbronzata.

Ogni tanto la vado ancora a trovare.

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Ponax
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Ponax

Bellissimo post Alessio; mi hai riportata alle estati della mia infanzia e adolescenza, trascorse in un mare diverso, ma con le stesse emozioni accompagnate dal caldo afoso del Meridione d’Italia che ti scotta anche le ossa.

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